News
13 luglio 2018
Il Garante per la protezione dei dati personali ha, da pochi giorni, presentato la Relazione sulle attività svolte nel corso del 2017 tracciando un bilancio di quanto si è fatto nei settori più delicati, anche con riferimento agli sforzi divulgativi con cui si è inteso accompagnare imprese e pubbliche amministrazioni attraverso le novità oggi introdotte dal Regolamento Ue 679/2016.
04 luglio 2018
Con recentissimo parere del 14 giugno u.s. il Garante ha confermato un provvedimento dell’amministrazione comunale della Città di Cosenza di diniego di un accesso civico, ciò nell’ambito di un procedimento relativo ad una richiesta di riesame del provvedimento stesso dinanzi al Responsabile della prevenzione della corruzione della Città di Cosenza.
22 giugno 2018
L’attività di ripresa di immagini effettuata attraverso dispositivi indossabili - c.d. “body cam” - presenta, per caratteristiche proprie, rischi specifici per i diritti e le libertà fondamentali degli interessati, richiedendo particolari cautele a protezione della loro sfera privata.
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lunedì 14 maggio 2018

Cassazione: sì alla registrazione di conversazioni tra colleghi per far valere un diritto in sede giudiziaria

La registrazione di conversazioni svolte tra colleghi durante l’orario lavorativo, senza il consenso degli stessi, non costituisce una violazione della normativa sulla privacy se strettamente finalizzata all’esercizio di un diritto difensivo in sede giudiziaria (art. 24, comma 1, lettera f) del Codice Privacy).  È questo il principio di diritto sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11322/2018, a seguito del ricorso proposto da un dipendente di una società assicurativa, il quale, ritenendo di esser stato ingiustamente licenziato dal proprio datore di lavoro, aveva intrapreso le vie legali per ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento, con contestuale reintegra nel posto di lavoro. A tal fine, il ricorrente aveva prodotto in giudizio come prova difensiva, oggetto di contestazione da parte dei colleghi, una pennetta USB “contenente registrazioni di conversazioni effettuate in orario di lavoro e sul posto di lavoro coinvolgenti altri dipendenti, ad insaputa degli stessi. Non ricevendo, tuttavia,  una pronuncia favorevole in primo grado, il lavoratore aveva deciso di proseguire il giudizio dinanzi alla Corte territoriale, la quale, contrariamente al Tribunale, riteneva “l'illegittimità del provvedimento espulsivo” e, in riferimento alle prove prodotte,  affermava che il ricorrente non aveva in alcun modo utilizzato o reso pubblico il contenuto di quelle registrazioni per scopi diversi dalla tutela di un proprio diritto; era da escludersi la configurabilità nella vicenda di ogni rilevanza penale e sussisteva l'ipotesi derogatoria, rispetto alla necessità di acquisire il consenso dei soggetti privati interessati dalle registrazioni, in ragione nelle finalità del lavoratore di documentare le problematiche esistenti sul posto di lavoro e di salvaguardare la propria posizione di fronte a contestazioni dell'azienda non proprio cristalline”. Al riguardo, occorre rilevare che l’art. 24 del Codice Privacy, menziona tra i casi di deroga al consenso del trattamento dei dati personali, proprio il caso in cui questo risulti necessario, al di fuori della diffusione, “per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento, nel rispetto della vigente normativa in materia di segreto aziendale e industriale”. Nonostante la pronuncia favorevole del Giudice di secondo grado, il lavoratore aveva proseguito il giudizio dinanzi la Corte di Cassazione ritenendo ingiusta la mera applicazione della tutela risarcitoria in relazione al fatto materiale del licenziamento. Nell’occasione, la società aveva risposto con ricorso incidentale contestando, fra l’altro, l'astratta idoneità del comportamento del lavoratore di registrare i colleghi a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario col datore di lavoro nonché la “violazione e/o falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articoli 4, 13, 23 e 24 (articolo 360 c.p.c., n. 3) per non avere la Corte territoriale ritenuto le registrazioni legittime solo con il consenso degli interessati”. Sul punto, però, la Corte Suprema, si è espressa ancora a favore del ricorrente ritendo la “condotta legittima, pertinente alla tesi difensiva del lavoratore e non eccedente le sue finalità, che come tale non poteva in alcun modo integrare non solo l'illecito penale ma anche quello disciplinare, rispondendo la stessa alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto, ciò sia alla stregua dell'indicata previsione derogatoria del codice della privacy sia, in ipotetica sua incompatibilità con gli obblighi di un rapporto di lavoro e di quelli connessi all'ambiente in cui esso si svolge, sulla base dell'esistenza della scriminante generale dell'articolo 51 c.p., di portata generale nell'ordinamento e non già limitata al mero ambito penalistico”.  Precisa, difatti, la Corte che un’ipotesi di illegittimità si sarebbe realizzata solo qualora si fosse trattato di registrazioni di conversazioni tra presenti effettuati per fini illeciti, come quelli estorsivi o inerenti alla violenza privata. In diversa fattispecie, l’art. 24, comma1, lett. f), contribuisce a realizzare, secondo il parere della Corte, quel giusto bilanciamento tra due contrapposte tutele, da un lato quella della riservatezza e, dall’altro quella giurisdizionale, mostrando come “la rigida previsione del consenso del titolare dei dati personali subisca deroghe ed eccezioni quando si tratti di far valere in giudizio il diritto di difesa, le cui modalità di attuazione risultano disciplinate dal codice di rito”. Alla luce di ciò, la Corte ha precisato che “la registrazione fonografica di un colloquio tra presenti, rientrando nel genus delle riproduzioni meccaniche di cui all'articolo 2712 c.c., ha natura di prova ammissibile nel processo civile del lavoro così come in quello penale”. Chiarendo, altresì, come possa essere ritenuta valida l’estensione del disposto di cui all’art. 24, comma 1, lettera f) anche nel caso di trattamento di dati non riguardanti parti in giudizio, purché i dati in questione siano trattati esclusivamente per esercitare il diritto di difesa e per il periodo strettamente necessario al sua perseguimento.




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